A obliquo

Un po' reale, un po' immaginaria. Un po' dentro, un po' fuori. Comica, drammatica, razionalmente emotiva. Infilandomi nelle cose, sempre leggermente di sbieco, vedo sfumature di umanità e registro.Nasciamo e moriamo soli, non c'è dubbio, ma quanti ci somigliano in questo!
martedì, 06 ottobre 2009

E SI VA

Scriveva, Kundera, "Il valzer degli adii", adesso Elisa parte. Va a Barcellona, pochi giorni, necessari. Salirà, salirà tanto, fino alla vetta di Gaudì e, tra i pinnacoli e le strane figure, forse ritroverà "L'uomo mensola", magari sarà il segreto che la scaventerà a terra, e perché no?

Cadere, cadere, cadere, tanto, arrivata, lei mica muore. Di certo no. Se Elisa potesse scivolare, sarebbe come ricominciare daccapo, a quale capo, non si sa, ma pur sempre una partenza.

L'amore, si è capito, non è cosa. Motivi tanti e nessuno, ma l'argomento decisamente è spento.
Resta tutto il resto: lei, prima di tutto, coi suoi sensi, i pensieri, le emozioni e le parole. Condividerli con un uomo che sappia? Gran cosa. Ma in mancanza, toccare con sguardi e sorrisi la gente che incontra ogni giorno, può essere.

Domani si va, Elisa, si vola. A testa ingiù, magari sognando un sogno. Comunque sia, il valzer degli adii non farà male.

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lunedì, 28 settembre 2009

NORMALE? SARA'!

Ah, mammina mammina, e, volendo, anche babbuccio e babbuccio: quanto avrebbe voluto, la nostra Elisa, avere babbucce calde da indossare, una tazza di tisana fumante, lo scopiettìo del caminetto e confortevole pace.
Ha questa voglia di tana, di scappare da un mondo pieno di ricordi, di nostaglie, di dubbi, complicazioni, dolore.

Ma poi alla fine non ce la fa, a starsene con se stessa, nata per la vicinanza con esseri umani, possibilmente caldi anche più delle pantofole, abbastanza sensibili e intelligenti da saperle dire qualcosa cui non aveva pensato: un prozac di pronto intervento.

E i giorni passano con una fatica sempre maggiore, è stata lei ad andarsene, ma cosa importa? Il risultato mica cambia: lui non c'è più e a lei manca in una maniera tale da farle temere qualche scompenso chimico nel cervello.

Poi un'amica le dice che è normale: "Non sei mica un robot, non puoi cancellare un sentimento solo perché lo vuoi" "Ah no?". Caspita, eppure aveva sempre funzionato tanto bene: tanta fatica per allontanarsi ma, al momento di rottura, "clic" e basta, sei fuori, non esisti, non sei mai esistito e se mi chiami, mi dai fastidio.

Questa volta no: questa volta tutto è diverso e quella perentoria certezza del "Non ti amo", punto e basta, non basta per niente e non è un punto.

Dicono sia normale così, lo dicono, ma lei, alla fine, mica ci crede che sia proprio così normale.
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giovedì, 17 settembre 2009

CANTAVAMO POWER TO THE PEOPLE

 

Su "L' Unità" il commento al libro del carrarese Andrea Grassi.

http://archivio2.unita.it/v2/carta/showoldpdf.asp?anno=2009&mese=09&file=08CUL39a

 

 

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lunedì, 31 agosto 2009

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA

"...Sappiate che la morte vi sorveglia/ gioir nei prati o fra i muri di calce/ come crescere il gran guarda il villano/ finché non sia maturo per la falce".

Che legame c'era, quella sera di fine estate, tra l'angoscia di Elisa e le parole di Fabrizio? Tanti.

Per cominciare, lei  che scriveva poesie, ma non per questo, si sentiva un poeta, un trasfiguratore, una presenza pulsante dentro la mente e, fra tutti i sentimenti contrari alla gioia, l'angoscia era quella che peggio tollerava. Il senso di soffocamento, di mancanza di vie di uscita, la sindrome del leone in gabbia che gira a vuoto dentro un recinto costruito con le sue stesse zampe, quello stato che rende fiori secchi, foglie cadute e vizze, davvero non riusciva a tollerarlo. Molto meglio una franca tristezza, persino la disperazione, purché la bagnassero con lacrime o scintille di dolore liquido, qualunque colore, meglio del grigio e qualunque suono, purché non fosse un fischio acuto da spaccare i timpani, ma senza romperli.

Così si era messa in cerca di quella tristezza che le desse un po' di conforto, portandole in superficie quello sprazzo di gioia che reca  con sé  ogni sentimento legato alla vita, fosse anche il pensiero della morte. Ecco il piacere di cullarsi nelle note e nella sentenza cantilenante di Fabrizio, la pace che scende assieme al dolore, l'infinita solitudine che, poiché nati individui, ci persevera addosso.

E quelle parole, tanti anni prima, ascoltate dalla voce di suo padre, così grave, malinconica eppure dolce, lrincorrevano altre inarrestabili tristezze: l'infanzia fuggita, i giochi finiti, il padre che un giorno le volterà le spalle curve e lei non lo sa, se avrà la forza dell'ultimo bacio prima che chiudano la bara.

Ecco cosa poteva, quella sera, una canzone.

Ecco cosa poteva, quell'estate, un amore sghembo.

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giovedì, 06 agosto 2009

LE FATE GOLOSE

 Basterebbe il nome, “Le fate golose”, per capire che si sta entrando in un mondo speciale, ma c’è molto di più, a dimostrarlo: il gelato più buono della provincia e oltre. Ha una consistenza ed un sapore unici tanto che, in via Covetta 19, arrivano patiti del gelato anche da fuori regione. Ma che avrà di tanto speciale? ”In genere – spiega Diletta Violi, maestra gelataia, le gelaterie usano una base di fior di latte alla quale aggiungono bustine, noi no: qui solo ingredienti puri”. Gli artigiani delle fate, Diletta e Francesco Mosti, il suo compagno, si chiudono nel laboratorio e, spesso a tempo di musica, cominciano l’impasto: zucchero, latte, uova, panna cui aggiungono, a seconda dei casi, dalla pasta di pistacchio a quella di nocciola e mandorla. I due giovani, sempre di cordiali e visibilmente soddisfatti del loro lavoro, hanno trovato, dietro il banco, anche la ricetta per un ottimo affiatamento: “Ci divertiamo un mondo – raccontano – quando facciamo le torte, sempre assieme, emerge anche sana competizione e alla fine il cliente ottiene da  noi il massimo”. Ma quanto sono contenti, nei fatti, questi clienti? Diletta, Francesco e Vaina Cordiviola, la mamma di Diletta, ci mostrano orgogliosi un biglietto: “Il vostro pistacchio, misura della capacità del gelatiere, è sublime. Tutto il resto delizioso. Tenete aperto fino a mezzanotte, vi imploriamo!”. “L’ho trovato una sera sul cruscotto della macchina – spiega Mosti – ho pensato ad una multa, quando l’ho letto sono corso a mostrarlo a Diletta!”. E che dire del proprietario del Carabè, di Vittoria Apuana che, dopo essersi trovato, sul libro degli ospiti, un sacco di commenti entusiastici sulla gelateria di casa nostra, non ha potuto fare a meno di venire a verificare di persona quale fosse il gelato che lo stava battendo? Un discorso speciale tocca alla frutta: solo acqua, frutta di stagione e fruttosio. Tra i gusti più strani l’ortica del campo di mamma Vania, lo zafferano portato dall’ Iran, il peperoncino, la menta, bianca, com’è naturale che sia. “Tra poco avremo quello coi fichi, poi castagne, cachi. E se qualcuno ce lo porta da qualche vacanza in Sardegna, anche il fico d’india”. Poi ci sono ghiaccioli che sono vere e proprie paste di frutta e le  cremolade, non chiamatele granite, sono più pastose! Con tanto ben di dio, forse anche le fate sono un po’ ingrassate!

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lunedì, 13 luglio 2009

QUALCUNO ERA COMUNISTA

“Qualcuno era comunista” ( Luca Telese, Sperling & Kupler edizioni), lo sarà ben stato: poi è arrivato l’89, la caduta del Muro e i compagni sono diventati ex, post, “c’eravamo una volta” Crolla un muro, crolla un mondo, a partire dal nome del partito italiano: Achille Occhetto, “Leader neoromantico, arruffato ed emotivo” porta il Pci, nonostante un’opposizione tenace che proveniva dal cuore e dall’ideologia di chi proprio non voleva rinunciare a quel nome che aveva significato tutto, vero la Quercia, il Pds, il nuovo volto. Da lì in poi, sarà una catena di ex – post – trans compagni, a rifarsi il maquillage, trasvolando in ben altri cieli, talvolta negando di essere stati, parola che, nel frattempo, da orgoglio che era suona quasi come insulto e vergogna, “comunisti”. Eppure, qualcuno lo era stato. E Telese ci racconta tutto, ma proprio tutto, in un volume di oltre 700 pagine, di ciò che accadde nei vent’anni del rovesciamento. Presentato alcuni giorni fa in Accademia, dalla neonata associazione culturale “La poltrona di Sophia”, il lavoro del brillante giornalista ripercorre, come in un romanzo corale, la Storia, quella con la maiuscola e le storie, minute e significative: il meccanico di Berlinguer, il compagno che rubò il ritratto di Stalin, quella del grafico che inventò la Quercia. Si chiamava Marco Benedetti, il meccanico del capo del grande partito: si conobbero ad una festa organizzata dal padre di Sabrina Ferilli: “Ho problemi all’auto, te la porto lunedì”, dice Enrico e a Marco non pare vero. Il lunedì arriva e che con lui l’auto di Berlinguer: una modesta A112. Benedetti ci resta malissimo: “Ma come, uno come lei, una macchina così?” “Sì, l’ho comprata a rate”. “E la comprò indebitandosi – racconta Telese – perché allora, col salario fissato all’equivalente di quello di un operaio, era quasi scontato che i politici non si arricchissero”. In copertina, come un epitaffio, la frase di Gianni Marchetto: “I comunisti, quando perdono l’idea della rivoluzione, perdono il senso dell’avventura. E i comunisti, quando perdono il senso dell’avventura, diventano gente noiosa e anche pericolosa”.

                                                                                        

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giovedì, 02 luglio 2009

DONDOLIO

Quel giorno, Elisa non aveva voglia di lavorare e non era da lei. Amava quel che faceva, lo considerava il rimedio contro ogni dolore. Solo che quella  mattina non c'erano mali da curare, ma una gioia sottopelle che sentiva sfrigolare velocemente.

Le piaceva restare lì, incatenata a quello squarcio d'amore nel quale si era infilata la sera prima, dopo mesi, forse persino anni, di assenza

Per Elisa, era ben strana sensazione, la gioia, talmente inusuale che non osava mai arrivare in fondo. La assaporava in superficie, centellinava, come avesse voluto conservarne un po' per i momenti magri e così, anche quella mattina di uno strano giugno, così mutevole, nel cielo e nella sua volontà, restava a filo d'acqua, galleggiando, senza esagerare, senza tuffarsi.

E non che le condizioni esterne fossero lì a favorire immersioni.

Pochi giorni dopo, dopo una maledetta salita d'ansia, il vomito solito, la spossatezza, il corpo incattivito dalla mente, se n'era andato tutto. Niente più incanto nè incantamento, ma una decisa voglia di altrove.

Magari sull'acqua, a pelo, ma dentro la nave che faccia il giro del mondo.

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martedì, 23 giugno 2009

UN BEL BRUTTO GIORNO

Avrebbe desiderato scaraventarsi in mare, contro un muro, per terra, rotolando su  ripide discese come aveva sognato quella notte. Ovunque fosse dato scaraventarsi, lei avrebbe voluto. E nel frattempo, graffiare a morte quanti si erano permessi di avvicinarsi a lei, senza avere la forza di rimanere: tutti giù, verso il basso, verso il luogo dove le cose hanno la luce reale che devono, a costo di far male alla retina, ché le ombre non voleva più digerirle: mezze verità, balletti senza armonia, lucidissimi peccati.

Anche per questo, continuava a vomitare, a vomitare, in quelle giornate malvage che arrivavano a tradimento, senza annunciarsi in alcun modo. "Lei somatizza", le aveva detto il medico delle viscere, pur senza vederle sin dentro le viscere, tanto doveva apparire evidente.

"Sì, somatizzo, porto dentro il corpo il segno della mia stortura".

Ma Elisa, in fondo, sapeva andare avanti, sempre, avanti sempre. Indietro mai.

Non c'erano soli luminosi, in fondo alle gallerie, ma nuovi paesaggi, almeno questa una consolazione.

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venerdì, 19 giugno 2009

GIAMBATTISTA VICO

 

                                   Sei arrivato,

                                   non ci sono più dubbi, non c'è niente da dire.

                                  Se non che non avresti  dovuto,

                                  ma tant'è.

                                  Sappi che proverò a mandarti via

                                  poi a richiamarti,

                                  poi ancora ad andarmene io.

                                  E' solo così,

                                 che posso affrontare quest'altro mancato senso.

                                 Intanto lui,

                                torna a trovarmi,

                                prepotente e immobile com'è costume

                                il guaio numero due, numero tre, numero quattro,

                                non ricordo.

                                Ma ricordo molto altro

                                e so che le punte

                                coi loro vezzosi e crudeli ghirigori

                                non avranno inciso invano.

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martedì, 16 giugno 2009

SVEGLIATI

In alcuni casi, la malinconia non è come una lingua appicicosa che si muove lentamente dalla testa allo stomaco, arriva come una morsa a bloccare ogni muscolo, ogni pensiero che non sia l' imperativo desiderio di dimenticarsi, rendendo faticoso persino respirare.

Ecco come si sentiva Elisa, in quell'umido pomeriggio di metà giugno, paralizzata. Come un cervello immerso in una vasca di brodo caldo, stava lì, seduta sulla sedia della stanza solita, senza poter pensare nulla che la portasse ad un'azione, ricordando tristezze di un intoccabile passato, immaginando future amarezze, impaurita dal tutto  e dal nulla, fiaccata.

Qualunque movimento, persino alzarsi per andare in bagno, diveniva una fatica, così rinunciava, aspattando che qualcuno, qualcosa, agisse al posto suo.

Stava seguendo il movimento ritmico del grande orologio a cucù, immaginando di essere seduta sul pendolo a battere i  secondi assieme, maldestramente rassegnata a quel momento di letargo, quando, con un grido altrettanto sgraziato e movimenti maldestri, partito dal fiume poco distante, un airone venne a posarsi sul davanzale della finestra mezzo addormentata. Aveva ali inutilmente grandi per il suo corpo, il petto in fuori come quello di un tacchino, lo sguardo stupido, piantato su di lei, che pure non riusciva a credere di vederselo proprio lì a pochi centimetri.

Si mise a fissarlo a sua volta, chiedendogli  di risponderle, come aveva fatto spesso con le capre del bosco vicino, senza nemmeno sapere quale fosse la domanda.

Dopo minuti di reciproco sguardo, il  goffo uccello si lanciò su di lei, si mise a rovistarle col becco nei capelli, Elisa, terrorizzata, cercava di restare immobile per non innervosirlo di più.  String, strang, spatapasc, in pochi precisi movimenti, l'airone fu soddisfatto, aprì le grandi ali e se ne andò.

Lei scattò  in piedi, improvvisamente dimentica di qualunque malinconia, si avvicinò allo specchio, per controllare che quella bestiaccia non le avesse procurato ferite e con uno stupore che non avrebbe saputo esprimere nemmeno volendolo, vide  che i capelli erano stati intrecciati in modo da formare la parola: "Svegliati".

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